Analisi e gestione dei comportamenti autolesivi

Secondo l’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), i comportamenti autolesivi non suicidari (NSSI) sono atti tesi al danneggiamento dei tessuti, con conseguenti sanguinamento, ecchimosi e sperimentazione di sensazioni dolorose.
Le principali aspettative che sottendono questo tipo di comportamenti sono la ricerca di sollievo da un sentimento o stato cognitivo negativo, la risoluzione di difficoltà interpersonali o l’induzione di uno stato emotivo positivo.
Tale comportamento s’innesta in un pregresso di difficoltà interpersonali, pensieri o emozioni negative, come autocritica legata a stati d’ansia, tristezza o un periodo di preoccupazione per il comportamento previsto, percepito come difficile da controllare.
Il comportamento autolesivo non dev’essere riconducibile a una pratica socialmente accettata, come i piercing, o essere parte di un rituale e causa un disagio clinicamente significativo, interferenze interpersonali o scolastiche, o in altre aree importanti del funzionamento.
I comportamenti autolesivi non suicidari sono stati a lungo considerati appannaggio esclusivo del Disturbo Borderline stesso, anche se numerosi dati di letteratura indicano che la maggior parte degli individui con NSSI mostrano sintomi caratteristici di altri quadri psicopatologici, con i disturbi alimentari e da abuso di sostanze in cima alla lista, seguiti da tricotillomania, autolesionismo stereotipato e disturbo da escoriazione.
Le principali declinazioni di questi comportamenti sono il Self Harm (auto-danno), ovvero condotte a rischio come l’abuso di sostanze psicoattive, la sessualità promiscua e il gioco d’azzardo; il Self Poisoning (auto-avvelenamento), caratterizzato prevalentemente dall’ingestione di sostanze tossiche e l’abuso di droghe e il  Self Injury (auto-ferita), identificabile in comportamenti immediati come tagli o bruciature.
Anche se l’agito nasce come regolazione dello stato emotivo o ricerca di sollievo, conduce spesso la persona a sperimentare conseguenze ancora più negative rispetto alla condizione di partenza, con emozioni negative ancora più intense, mediate da valutazioni sempre più polarizzate su un versante negativo per il fatto stesso di agire tali comportamenti, del tipo: “sono pazzo”, “sono anormale”, “se fai così vuol dire che sei anormale!”.
Risulta evidente come il comportamento messo in atto come tentativo di soluzione non solo aumenti le emozioni negative, ma inneschi anche valutazioni secondarie sulla capacità della persona di gestire determinate situazioni, irrobustendo sempre più il circolo vizioso.
Inoltre, gli evidenti segni fisici, patognomonici della maggior parte degli NSSI contribuiscono a mantenere le persone polarizzate in questo mindset.
Tra gli interventi atti alla gestione di questi disturbi un posto di rilievo spetta alla terapia dialettica comportamentale (DBT), basata su un modello biosociale e dialettico che enfatizza le difficoltà di regolazione delle emozioni e del comportamento, caratteristiche di alcuni quadri psicopatologici.
Secondo questo modello, alla base della disregolazione emotiva ci sarebbero un’elevata sensibilità e reattività agli stimoli emotigeni e un lento ritorno allo stato emotivo di base. A questi elementi si somma un ambiente invalidante, che risponde in modo distonico rispetto all’espressione emotiva e cognitiva della persona, invalidandone i vissuti.
Proprio l’interazione fra disregolazione emotiva e ambiente invalidante si configurerebbe come un humus ideale per la nascita di comportamenti altamente disfunzionali, come i NSSI.
Queste persone crescono all’insegna d’incoerenza, invalidazioni e imprevedibilità, che si configurano come il filtro con cui leggono le situazioni della loro vita e portano, nella maggior parte dei casi, a relazioni caratterizzate da alta instabilità e allarme, gestite in modo impulsivo e disfunzionale, che altro non sono se non l’esito della disregolazione emotiva, cognitiva, comportamentale e del senso dell’identità.
La risoluzione del grave discontrollo comportamentale è primaria in questa terapia ed è affrontata nella prima fase, attraverso una combinazione di psicoterapia individuale, skills training di gruppo, consultazione (coaching) telefonica e un team di consultazione tra terapeuti.
Il trattamento agisce su emozioni, pensieri e comportamenti sia con tecniche di estrazione cognitivo-comportamentali sia con un’impostazione basata sull’accettazione e sulla tolleranza, viste come elementi in grado di dare quell’equilibrio necessario al cambiamento.
La validazione e l’ascolto attivo contribuiscono a ridurre l’intensità delle emozioni e aiutano le persone a identificare i “veri” problemi da risolvere e a capirsi e accettarsi con le proprie peculiarità, oltre che ad affrontare le difficoltà nel riconoscimento e nella verbalizzazione dei propri stati interni, nel modulare le proprie risposte emotive, la minimizzazione dei problemi quotidiani e le difficoltà a risolverli.
Tutto ciò permette a queste persone di ridurre l’estrema scotomizzazione delle esperienze e dei vissuti e di sviluppare una capacità di sintesi e d’integrazione degli stati mentali ed emotivi, fondamentale per l’identificazione e la messa in atto di strategie di regolazione maggiormente funzionali.

Per approfondimenti:
Tørmoen AJ, Grøholt B, Haga E, Brager-Larsen A, Miller A, Walby F, Stanley B,  Mehlum L. Feasibility of dialectical behavior therapy with suicidal and self-harming adolescents with multi-problems: training, adherence, and retention. Arch Suicide Res. 2014;18(4):432-44. doi: 10.1080/13811118.2013.826156. PubMed PMID: 24842553.
Linehan M. DBT Skills Training Manual. Second Edition. Raffaello Cortina Editore, 2015.
Linehan, M.M., Armstrong, H.E., Suarez, A., Allmon, D, Heard, H.L. (1991). Cognitive-behavioral treatment of chronically parasuicidal borderline patients. Arch Gen Psychiatry. Dec;48(12):1060-4.
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TRATTO DA

Autolesionismo: come intervenire